
ROMA - E' stata disposta l'autopsia di Gabriele Gnessi, il neonato morto mercoledì attorno alle 12 all'ospedale Bambino Gesù di Roma a un mese dalla nascita. Il sequestro della salma, trasportata presso l'Istituto di Medicina Legale dell'Universita 'La Sapienza', è stato disposto dal pm Giuseppe De Falco. Lo riferisce il legale della famiglia, Rodolfo Spanò.Nato lo scorso mese dopo un sofferto parto che provocò l'alterazione delle funzioni vitali, Gabriele, solo un mese di vita, è morto nell'ospedale Bambino Gesù di Roma. I genitori, Claudio Gnessi e Roberta Saiardi, già il 31 luglio avevano denunciato per lesioni gravissime sanitari e struttura dell'ospedale romano di Santo Spirito in Sassia; con l'ausilio dell'avvocato Rodolfo Spanò, hanno integrato il tutto segnalando l'avvenuto decesso del figlio. Ad avviso del legale della coppia "se l'iniziale accusa era di lesioni gravissime, adesso, con il decesso di Gabriele, è possibile che si paventi il reato di omicidio colposo per errore medico.Sarà la magistratura, alla quale ci siamo rivolti, a decidere se c'é stata una responsabilità professionale dei medici; nei giorni scorsi abbiamo anche chiesto il sequestro della strumentazione utilizzata durante il travaglio". I genitori - aggiunge l'avvocato - "chiedono alla procura di sospendere in via cautelativa i medici che hanno operato con l'eventuale adozione nei loro confronti di norme disciplinari". La storia di Gabriele ha inizio nel luglio scorso. "Gli esami effettuati durante la gestazione - denunciano i genitori - erano nella norma fino al momento del travaglio. Durante il parto è andato tutto male; Gabriele è nato più morto che vivo". Dopo la nascita, è stato portato al Bambino Gesù i cui medici - sempre secondo i genitori - hanno chiarito che "la sofferenza in fase di parto ha provocato una severa compromissione del tronco encefalico con alterazione delle funzioni vitali". Dieci giorni fa una prima crisi cardiorespiratoria, poi superata; non così stamattina.BIMBA MORTA TUMORE, AUSL BOLOGNA DIFENDE SPECIALISTI Gli avvocati che assistono i genitori della bambina bolognese di dieci anni morta il 25 agosto per un tumore al cervello mai diagnosticato nonostante - hanno sottolineato in un esposto alla magistratura - fin dal 2005 presentasse forti mal di testa, disturbi a vista e udito, continuano a puntare il dito contro le sottovalutazioni dei medici che dal 2005 al 2007 l'hanno visitata. L'Ausl di Bologna interviene invece in difesa degli specialisti (quattro i medici indagati per omicidio colposo) sottolineando come in realtà, dopo le visite del 2005, "la bambina è stata periodicamente seguita dall'Ausl soltanto per controlli ordinari previsti in età pediatrica". In una nota l'azienda precisa che "dai primi riscontri effettuati risulta che la bambina è stata indirizzata, circa quattro anni fa, alla verifica specialistica otorinolaringoiatrica, oculistica e neuropsichiatrica infantile, su richiesta della pediatra di famiglia, a seguito di cefalea aspecifica e disturbi del comportamento". Per l'Ausl "risulta altresì tempestiva la presa in carico della piccola, con le garanzie di tutte le visite specialistiche e degli esami appropriati rispetto al quadro clinico del momento. L'esito degli esami eseguiti, e delle attente e approfondite valutazioni, ha fatto escludere, allora, possibili patologie organiche". In questo quadro, continua la nota, è "difficile stabilire se a quell'epoca (nel 2005, ndr) tali manifestazioni fossero riferibili alla esistenza di una patologia tumorale, tanto più in considerazione della particolare aggressività e rapidità di sviluppo di alcune forme neoplastiche del cervello". Tutto ruoterà intorno agli esami disposti dalla Procura che dovranno stabilire il tipo di tumore che ha ucciso la bambina, la sua operabilità e la possibilità di diagnosi. Il prof.Fabio Calbucci, direttore della neurochirurgia dell' ospedale Bellaria di Bologna e vicepresidente della Società italiana di neurochirurgia, ha invece pochi dubbi: "Abbiamo seguito la bambina per qualche giorno quando fu fatta la diagnosi (nell'ottobre 2008, ndr), aveva un tumore diffuso del tronco cerebrale - spiega il professore - Purtroppo si tratta di neoplasie aggressive e inoperabili a prescindere dal tempo della diagnosi. In quella sede la prognosi è sempre infausta. Sono tumori aggressivi, molto diffusi nell'infanzia, e subdoli perché nelle loro manifestazioni iniziali non presentano segni clinici eclatanti. Si sarebbe potuto intervenire solo se il tumore fosse stato circoscritto, e non era questo il caso. Se anche la diagnosi fosse arrivata prima non avrebbe cambiato la storia di questa bambina perché avremmo potuto sottoporla a chemioterapia. Si sarebbe rallentata l'evoluzione della malattia, ma la bambina non sarebbe guarita".

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